Discorso commemorativo per i martiri di via Santa Lucia, di Maurizio Angelini.

E’ confortante, a settanta anni, tre generazioni, dall’ eccidio nazifascista del 17 Agosto 1944, vedere che ancora parecchie decine di cittadini e cittadine e numerose autorità e istituzioni, in primis il Comune di Padova che da decenni meritoriamente organizza questo evento, desiderano vivere con solennità e rispetto un momento di ricordo e di riflessione come questo.
Credo che in questo ricordo- preceduto ogni anno dalla cerimonia analoga che si celebra nella caserma oggi intitolata a Luigi Pierobon- cittadini e istituzioni intendano insieme risalire ad eventi che sentiamo essere fondativi del nostro essere. Ricordando e onorando i fucilati della Caserma e gli impiccati di Via Santa Lucia ritorniamo alle origini della nostra democrazia: perché è su quei muri e su quei capestri che stanno le radici del nostro vivere civile, perché il 17 Agosto 1944 è un momento doloroso e glorioso della Resistenza padovana: è per noi una data storica che si accosta a decine, a centinaia di altri episodi di lotta e di sacrificio, che intessono fra il 1943 e il 1945 tutta la storia del Veneto e dell’Italia.
Esserci qui oggi, come ieri e come domani, cittadini e istituzioni, popolo e suoi rappresentanti, significa in primo luogo dichiarare la nostra estraneità a qualsiasi visione revisionistica della storia d’Italia: quelle che dichiarano la sostanziale inutilità della Resistenza e che negano alla Resistenza medesima la sua funzione di pietra fondante della nostra democrazia; o peggio ancora, quelle che intendono equiparare, nella categoria della guerra civile, le parti che fra di loro militarmente si combatterono, fascisti e partigiani, resistenti e collaborazionisti. Come se la guerra civile, che ci fu e che divise sanguinosamente l’Italia, fosse uno scontro cieco in cui non vi erano scopi, finalità, intenzioni, esiti attesi da ciascuna delle due parti. Invece la domanda che dobbiamo porci è sempre la stessa: al di là delle storie e delle caratteristiche personali, per che cosa combatteva il repubblichino alleato dei nazisti e per che cosa si batteva ,invece, il partigiano garibaldino, cattolico, azionista, badogliano, autonomo? Che cosa era per i sostenitori della Repubblica Sociale Italiana il Nuovo Ordine Europeo? Quale Europa avevano in mente, invece, gli antifascisti confinati- un ex Presidente del Consiglio dei Ministri li ha definiti villeggianti- nell’isola di Ventotene, dove stesero il primo Manifesto del federalismo Europeo? Un minimo di onestà intellettuale ci impone di riconoscere che le finalità, gli esiti attesi da quello scontro, per ciascuno dei partecipanti allo stesso, erano davvero alternative e confliggenti fra di loro. E che nessuna neutralità, nessuna equidistanza furono e sono possibili.
Ogni anno viene giustamente ricordata la storia di queste impiccagioni e delle quasi contemporanee fucilazioni di Chiesanuova; e giustamente si evidenzia che esse erano immotivate e ingiuste anche se si accettasse la logica disumana e crudele della rappresaglia: perché l’uccisione dell’ufficiale sardo repubblichino Bartolomeo Fronteddu non era stata un’azione di tipo gappista dei partigiani padovani, ma un delitto su commissione avvenuto, per motivi di squallida gelosia, all’interno dello stesso ambiente nazifascista. Tanto è vero- e questo dovremo ricordarlo molto di più- che un mese dopo il massacro del 17 Agosto vennero fucilati all’ interno della stessa caserma di Chiesanuova i veri responsabili del delitto, che erano dei killer prezzolati e che nulla avevano a che fare con il movimento partigiano. E siccome tutto ciò è da anni storicamente accertato è bene che l’Amministrazione Comunale di Padova provveda a far togliere dal cippo della Caserma di Chiesanuova i nominativi di questi tre killer che impropriamente- ed uso un eufemismo- sono accostati a chi venne privato della vita perché lottava per la libertà di tutte e di tutti.
Dei tre impiccati- fra l’ altro con imperizia crudele- di Santa Lucia poco si sa di Ettore Caldironi, piacentino, renitente alla leva, catturato con le armi ai piedi dei Colli Euganei, forse in uno di quei rastrellamenti da cui provenivano anche i 10 martiri fucilati al Ponte dei Marmi a Vicenza ( Novembre 1944). Molto, e giustamente, di onorevole, sappiamo del medico sardo Flavio Busonera, di cui abbiamo visto qui per anni sempre presenti i parenti. Di Flavio Busonera sottolineeremo ancora una volta la grandezza umana e la perizia professionale. Dopo la sua morte su queste forche, per decenni fu vivissimo di lui un vero culto del medico dei poveri, umano, sempre presente, affettuoso, premuroso; prima in Sardegna, poi a Claut in Valcellina, infine nella vicina Cavarzere. In questo centro, che nel corso della seconda guerra mondiale conobbe le scorrerie dei nazifascisti della banda Magnati, ma anche violentissimi bombardamenti alleati che fecero centinaia di vittime, un intero quartiere di case popolari e operaie porta non a caso ancora il suo nome, un monumento degnamente lo ricorda, ma soprattutto viva è ancora l’ammirazione e la riconoscenza nei confronti di un medico capace ed amico. Non a caso Flavio Busonera fu catturato dai fascisti proponendogli di fare il medico, cioè di recarsi in campagna a visitare dei partigiani feriti. Era un inganno che lo portò alla cattura e alla morte: e se quella proposta ingannatrice pesa come un macigno a infamia di chi gliela avanzò, la sua generosa accettazione da parte del medico partigiano corona come un diadema la sua memoria.
A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, per meritoria iniziativa di ricercatori e di cultori appassionati della storia della nostra Resistenza, ricordo in primo luogo Mario Faggion e Gianni Ghirardini, ma poi qui a Padova Silvio Cecchinato, una giusta rivalutazione ha conosciuto la figura di Clemente Lampioni, il partigiano garibaldino Pino, il terzo impiccato di Via Santa Lucia. Fino ad allora sul nome e sulla figura di Clemente Lampioni si era glissato: vada ciò ricordato ad autocritica profonda dell’antifascismo militante che aveva evidentemente subito l’egemonia ideale di antifascisti tepidissimi – che durante la Resistenza poco o nulla avevano rischiato- quando non le calunnie insozzanti di ex fascisti. Quindi per decenni su Pino silenzio: perché era stato, negli anni Trenta, un componente importante della banda Bedin- una organizzazione della criminalità organizzata nella bassa padovana e per questo aveva subito una pesante condanna detentiva; anzi il suo ingresso nella Resistenza avviene proprio perché egli è riuscito a fuggire dalla casa di reclusione in cui si trovava ristretto.
Ora a prescindere da una doverosa rivisitazione del fenomeno del banditismo nelle zone allora più povere della nostra provincia: il Monselicense, il Piovese, il Montagnanese, rivisitazione condotta una quindicina di anni fa da uno storico serio come Tiziano Merlin; a prescindere dal fatto che spesso in quelle zone il banditismo fu anche una forma, primitiva e distorta, di protesta sociale nei confronti dei possidenti, agrari che trattavano i braccianti come bestie e che non a caso avevano foraggiato negli anni Venti del secolo scorso il fascismo; a prescindere da tutto ciò resta il fatto che Clemente Lampioni Pino riscattò con gli interessi il suo passato, entrando volontariamente come partigiano nelle primissime formazioni che costituirono, sui monti di Recoaro, a Malga Campetto, la futura Divisione Garemi; che il suo comportamento in quelle formazioni fu responsabile, coraggioso, costruttivo tanto da essere nominato di una di quelle formazioni, la Brigata Stella, Commissario, a fianco di Luigi Pierobon che ne era il Comandante. E dunque onore e riconoscimento a Clemente Lampioni Pino, che nella foto drammatica e realistica della impiccagione è dei tre il più alto, quasi il più imponente e che, ripeto, per anni fu ingiustamente obnubilato e misconosciuto nel suo valore.
E a rafforzare il carattere antirevisionista di questa nostra celebrazione dichiaro che le foto terribili di Santa Lucia, il mucchio di cenci sanguinosi cui furono ridotti i sette fucilati della caserma, sono la prova di un fascismo che oltre ad essere collaborazionista e servo degli invasori della Patria, manifestò a Padova, proprio nell’estate di 40 anni fa, caratteristiche di ferocia spietata nei confronti di tutti gli oppositori: non si dimentichi che alla fine d’ giugno del ‘44 erano stati abbattuti molto vicino a qui il giovane professore del Liceo Tito Livio, di idee azioniste, Mario Todesco e Alfio Marangoni, pure lui del PdA ; si ricordi che pochi giorni dopo sul ponte di Cagnola, in comune di Cartura, vennero eliminati e gettati nel canale gli antifascisti Luisari, un maturo organizzatore sindacale di fede comunista e Cavalli, un avvocato già combattente della prima guerra mondiale, azionista; i due antifascisti erano stati fin lì portati dal carcere fascista Bonservizi, oggi sede del centro Universitario Sportivo di via Bruno: e ancora si ricordi che il 10 agosto, a Ponte Molino, venne ucciso il parrucchiere comunista Attilio Galvani . E non dimentichiamo che ai primi di Novembre del 44 giunse a Padova quel Reparto Servizi Speciali comandato dal maggiore Mario Carità, la Banda Carità, appunto, che nel palazzo Giusti di via San Francesco organizzo ed attuò torture, eliminazioni di partigiani, infiltrazioni nelle formazioni dei resistenti. Queste sintetiche note per evidenziare la natura liberticida del fascismo, l’uso inevitabile e connaturato alla sua ideologia della violenza, in una parola il male che esso ha fatto a Padova e ai padovani ; ma anche per sottolineare il dovere di studiare e ricordare e la follia dell’oblio e della equiparazione.
Dunque gli impiccati di Santa Lucia e i fucilati della Caserma di Chiesanuova sono i nostri morti e la Costituzione che elaborarono e deliberarono le classi dirigenti dell’antifascismo, in tutte le sue articolazioni politiche ed ideali, è la loro Costituzione, perché ispirata ai valori della libertà personale e collettiva, della giustizia e della solidarietà sociale, dell’indipendenza nazionale e della collaborazione internazionale, quei valori che ispirarono la resistenza Italiana e tutte le resistenze Europee. Credo che in quella Costituzione che con la loro lotta resero possibile ma che fu per loro, come per tutti caduti, partigiani e civili, internati e vittime civili, sconosciuta, i nostri morti possano essere pienamente realizzati, vivificati.
Altro è il discorso per ciò che riguarda la società italiana; altra la risposta alla domanda se la nostra società , nella sua concretezza e quotidianità, sia degna di quella Costituzione e della lotta di Liberazione che la Costituzione ha ispirato e che ne costituisce la premessa.
Credo che qui e giustamente si riuniscano persone che hanno idee politiche e sensibilità diverse: tutte però accomunate da una grande e comune fiducia nei valori di quella Resistenza e di quella Costituzione. Possiamo allora sottolineare criticamente ed autocriticamente, se occorre, che molta strada resta ancora da fare. Che la prima affermazione della nostra Costituzione- la centralità e fondatività del lavoro- è drammaticamente smentita da milioni di disoccupati e dalla diffusione patologica di contratti di lavoro precari che umiliano il lavoratore e non fanno crescere in tecnologia e organizzazione le imprese. Possiamo aggiungere che l’ispirazione solidaristica della Costituzione è smentita da un fenomeno ancora troppo diffuso di evasione e di elusione fiscale, spesso presente in ceti che hanno ricchezza e potere e che evadendo vengono meno proprio ai doveri di responsabilità e solidarietà che la Costituzione, appunto, impone proprio a chi ha di più. Possiamo osservare che la moralità della Resistenza, spinta fino al rischio e al sacrificio della vita quando si tratta del bene comune- come hanno testimoniato le persone che qui oggi ricordiamo e onoriamo, l’obbligo a servire il Paese con onore e disinteresse solennemente richiamato dalla Costituzione; tutto ciò è clamorosamente smentito e tradito dal comportamento di persone appartenenti a tutte le forze politiche che hanno invece, nell’ esercizio delle loro funzioni, condotto azioni di latrocinio e di corruzione. Possiamo infine sottolineare che l’ispirazione egualitaria, personalistica e umanistica della nostra Costituzione ( si pensi all’art.3 della nostra legge Fondamentale) è tradita da tutti quei provvedimenti che tendono a discriminare i cittadini delle nostre comunità sulla base delle appartenenze di razza, di sesso, di religione. Nella Costituzione Italiana il protagonista, il dominus è il cittadino; la cittadinanza inerisce all’umanità, non all’ anzianità di residenza, la cittadinanza unifica e parifica tutti coloro che contribuiscono alla vita e al progresso di un territorio, riconoscendosi in regole comuni.
Ecco, amici, cittadini, autorità, le mie riflessioni che partono da un evento che è lontano nel tempo ma che ci appare vivo, culturalmente ed emotivamente, e pieno di stimoli che sottopongono a critica doverosa il nostro presente.
I nostri morti di Via Santa Lucia e della caserma oggi gloriosamente Pierobon; i tanti caduti della Resistenza in ogni sua forma, armata e no; la serie davvero imponente delle piccole grandi figure che in mille forme la Resistenza aiutarono e resero possibile; il loro messaggio sereno e convincente che un popolo unito non sarà mai sconfitto: tutto ciò, pur nel realismo doveroso e pensoso con cui guardiamo alle tante ingiustizie e storture della nostra Società ci spinge ad avere fiducia: UN’ALTRA ITALIA, più GIUSTA, più SOLIDALE, più UNITA è possibile. Ce l’hanno fatta loro, ce la faremo!
W la Resistenza, W la Costituzione!

Padova 18 Agosto 1944

Maurizio Angelini, Coordinatore Regionale dell’ANPI del Veneto.