Discorso Irene Barichello a Revine

Manifestazione antifascista a Revine Lago – 12 ottobre 2013
di Irene Barichello, Anpi Padova

Il neofascismo in Italia ha una storia lunghissima, vorrei dire senza soluzione di continuità rispetto al vero e proprio fascismo. L’“uomo qualunque” nasce come settimanale alla fine del 1944!
Ma la vera data di nascita del neofascismo italiano è il 26 dicembre 1946, quando viene fondato l’MSI, che si richiama direttamente al Manifesto di Verona, ossia a quello che può dirsi l’atto costitutivo della RSI.
Da allora in poi il neofascismo serpeggia nel nostro Paese, e da sempre il neofascismo italiano ha due facce: una d’ordine e di regime, e un’altra di movimento e di protesta, socialista, talvolta talmente antitetiche tra loro da disorientare anche gli antifascisti.

È per questo che, come antifascisti, abbiamo il DOVERE di documentarci, informarci e formarci, abbiamo il dovere di compiere lo sforzo e la fatica di conoscere e sapere, per evitare di banalizzare ed essere banalizzati, per evitare di restare immobili e ingessati, correndo il rischio – così – di non saper riconoscere le nuove forme che il neofascismo sa assumere, per evitare di sottovalutarlo, identificandolo esclusivamente in fasci e saluti romani.

Se ci limitiamo a questo, non capiremo mai quanto i valori e gli atteggiamenti fascisti abbiano fatto presa nella società e perché continuino ad essere presenti, oggi, in Italia e in Europa.
Va aggiunto, a questo proposito, che in Italia è mancata una nostra Norimberga, abbiamo creduto che la pacificazione in un Paese lacerato da 20 mesi di guerra civile si facesse dando un colpo al cerchio e uno alla botte, distribuendo un po’ su tutti – per non scontentare nessuno – colpe pene grazie ed amnistie, lasciando tutti al loro posto nell’esercito, nella magistratura, nell’amministrazione.
Ma la storia non si può cambiare, questi sono i fatti e oggi ci tocca fare i conti anche con questa eredità.

Come riconoscere allora il neofascismo? Quali caratteristiche accomunano le diverse espressioni che, dal dopoguerra in qua, ha avuto la galassia neofascista?
La violenza
A partire dal Centro Studi Ordine Nuovo di Rauti, ad Avanguardia Nazionale, ai terribili anni Piombo (quando l’MSI ebbe per segretario il fascistissimo Almirante), passando per Lotta Studentesca di Fiore e Adinolfi e i NAR, attraversando la Nuova Destra, fino ad arrivare alle più recenti sigle e associazioni di La Destra, Forza Nuova e Casa Pound la caratteristica che sempre si riscontra è quella della violenza: nelle strade, nelle scuole, nelle piazze, negli stadi.
Violenza non solo come arma, ma come strumento politico. Per il neofascismo la violenza è politica!
E bastino questi dati a provarlo: il peso della destra nella violenza tra il 1969-1973 è del 95%, del 85% nel 1974 e del 78% nel 1975.
Ne emerge un quadro in cui la violenza trova un proprio posto come dinamica rispondente a logiche che sono logiche di azione politica fondative del paradigma neofascista. Una violenza difficilmente controllabile dagli stessi vertici – allora – del M.S.I. Negli anni di piombo emersero anche precisi piani eversivi che facevano centro sulla violenza per perseguire i propri fini. Vista da questa prospettiva appare perlomeno semplicistica e riduttiva la tesi che da anni viene veicolata dalla maggioranza dei media italiani, e dalla classe politica erede del M.S.I., di una violenza come reazione. Un vittimismo diffuso che non prova a fare i conti con quel passato ma che sembra esclusivamente preoccupato di fare uso pubblico della storia per immediate esigenze di carattere politico, spostando il tiro del "revisionismo" rivalutativo dagli anni '40 agli anni '70. Invece la violenza del neofascismo negli anni '70, ma non solo, è prima di tutto il risultato di una cultura politica che vede nella violenza e nell'azione una forma della politica e che ricerca vie eversive oscillando fra soluzioni autoritarie e perseguimento della "terza via".

Temi sociali e antiegualitarismo di fondo
Ma in anni più recenti il neofascismo comincia anche a preoccuparsi di non apparire troppo nostalgico e folkloristico nel far propri il simbolo del fascio e il saluto romano; il neofascismo di ultima generazione vuole dissimulare e rinnovarsi, rendersi accettabile e presentabile a un elettorato sempre più democratico.
Vengono così recuperati poco alla volta anche l’elemento femminile (ruolo della donna, maternità responsabile…), si incomincia a parlare di musica, rock, cinema, ambiente…
Ma non si abbandona mai, oltre alla violenza, il sostanziale rifiuto dell’“egualitarismo livellatore”, giudicato come contrario alla "natura", il neofascismo afferma che non è vero che tutti gli uomini sono uguali, adombrando l'organizzazione di uno stato forte, gerarchico; è chiaro che il rifiuto dell’egualitarismo sconfessa quello che afferma l’art. 3 della nostra Costituzione, rinnega – più in generale – un’idea democratica della società. E la concezione "differenzialista" ed antiegualitaria si applica, oltre che ai singoli, anche al rapporto fra le etnie, fra le razze. Eppure cercheremo invano, nei siti neofascisti, parole d’ordine come xenofobia, si punterà piuttosto l'indice contro lo sfruttamento del Terzo Mondo gestito dagli Stati Uniti, vero responsabile dell'immigrazione, sostenendo la necessità dell'aiuto "a casa loro", in un’ottica che a prima vista può apparire rispettosa delle differenze ma che in realtà rifiuta qualsiasi contaminazione del corpus nazionale, sostenendo la separatezza, senza uscire fuori dalla visione della "difesa della razza" propria del fascismo storico. Sono subdoli e perciò più pericolosi.

Il neofascismo nel III millennio
Subdoli, pericolosi e convincenti. Il fascismo del 2000 ha una grande qualità: sa adattarsi al cambiamento e fare propri gli strumenti che ritiene più efficaci, anche quando questi stessi strumenti erano caratteristici di culture antitetiche (occupazioni, campi giovanili…). Abbracciati, come abbiamo visto, temi che possono interessare i giovani (musica, ambiente, cinema…), hanno preso dimestichezza anche con le nuove forme della comunicazione: internet, blog, band musicali con cui veicolare il messaggio neofascista, che oggi vuole proporsi soprattutto come cultura dell’alternativa, ma che prende di mira i nemici di sempre: i compagni, le forze dell’ordine, il sistema, gli ebrei e divulgando il più becero negazionismo.
Questo neofascismo è efficacissimo tra i giovani e giovanissimi, perché – in un’età alla ricerca di modelli e in Paese che da un pezzo non è più in grado di proporgliene di credibili – fornisce elementi di identificazione simbolica, anche a partire dal look.
Un modello dalla forza aggregativa non indifferente che tende per sua natura a presentarsi come totalitario e forte, inculcando modelli comportamentali che tendono all'univoco, che non lasciano spazio alla minoranza, alla diversità – sentita come debolezza, che tendono ad un senso comunitario di tipo camerati stico. È quello che avviene negli stadi, vivaio privilegiato del neofascismo, dove è facile innestare un attivismo di tipo squadrista, specie di quello più militante, sostenuto da un nazionalismo esasperato (l’orgoglio della squadra e della città), ed incline alla violenza.
Il neofascismo degli stadi è sempre stato targato Forza Nuova, non è mai stato troppo difficile accorgersene e notarne una in camuffabile e violenta grossolanità.
Non così per Casa Pound, il gruppo dalle caratteristiche più innovative e perciò più difficili da riconoscere, che – a partire dal nome – nutre velleità letterarie e culturali, dietro le quali spera passino più inosservate le solite vergognose posizioni fasciste. E pare che funzioni, se diversi esponenti politici del centro sinistra hanno creduto sensato dialogare con questa associazione.
Nasce a Roma nel 2003 come occupazione a scopo abitativo. Transita all'interno della Fiamma Tricolore, poi Gianluca Iannone nel 2008 dà vita all'Associazione Nazionale Casa Pound Italia, che sembra costituire oggi un embrione di partito. Il suo leader è un fanatico della comunicazione, ha fatto nascere una radio in streaming, Radio Bandiera Nera e varie riviste; sono stati aperti numerosi siti web e blog su server frequentati dai giovani, CasaPound ha lanciato le cosiddette “azioni futuriste” o di “squadrismo mediatico”, come l'assalto alla casa del popolare programma televisivo Grande Fratello, guidato da Iannone.
La simbologia a cui fa riferimento Casa Pound è innovativa, adotta tecniche grafiche e comunicative che pescano direttamente nelle tecniche pubblicitarie, e sono perciò molto incisive. Per l'autorità che si sta guadagnando e l'ammirazione di cui gode fra i giovani (grazie anche al colpevole sottovalutarla o vezzeggiarla delle forze di centro-sinistra, abbagliate dalla cortina culturale di cui si riveste), Casa Pound sembra possa diventare l'unica formazione capace di riaggregare al suo interno il frammentato mondo del neofascismo. E infatti la sua prospettiva ideologica è tutta inscritta dentro il neofascismo.
Casa Pound ha scelto come simbolo una tartaruga stilizzata, ma se si leggono (e basta andare sul loro sito!) le motivazioni della scelta ecco che ritroviamo discorsi lugubremente familiari. La tartaruga è la testudo, quella con cui le legioni romane mostrarono al mondo la propria forza «dimostrando che la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio gerarchico è destinata a dominare le barbarie, anche se in numero inferiore». All'interno della tartaruga stilizzata troviamo delle frecce, «4 frecce bianche e 4 frecce nere infatti partendo dall'esterno convergono in un centro che è simbolo dell'Asse, quel medesimo asse che è al centro del fascio di verghe».
Anche le dichiarazioni di intenti rimandano direttamente all'ideologia fascista: «Casa Pound Italia non è un partito politico, ma un’associazione che si propone di sviluppare in maniera organica un progetto ed una struttura politica nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale ed umano che il fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio».
Vediamo alcuni punti del loro programma: controllo pubblico delle banche; guinzaglio alle multinazionali; garantire il lavoro come dovere sociale; per la riconquista nazionale; per la sovranità popolare contro i poteri forti; rilancio della produzione italiana e di una Europa autarchica; contro la società multi razzista: stop all'immigrazione; riscrittura della Costituzione.
Non occorre che sottolinei la portata eversiva di quest’ultimo punto: a Roma si sta manifestando proprio perché questa nostra Costituzione, unica e assediata difesa che resta ai cittadini onesti in questi tempi bui, resti viva e non venga modificata. Anche noi, oggi da Revine Lago diciamo che la Costituzione nata dall’antifascismo non si tocca!In questi tempi di crisi politica, morale ed economica un programma da fascismo rivoluzionario ed attento ai problemi sociali rischia di incantare molti. Ma in guardia: i neofascisti del XXI secolo riadattano le forme comunicative, cambiano i simboli, si inventano nuovi nomi, ma restano quello che sono sempre stati. Non abbandonando nemmeno le pratiche più violente e l’antiegualitarismo. Attenti alle loro professioni di buona fede e di rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche: sono una tattica per guadagnare spazi avanzando mascherati. La portata di cosa farebbero se giungessero in qualche maniera al potere, ci viene dalle loro pratiche violente e dalle stesse elaborazioni teoriche. Basti guardare alla Grecia dell’omofoba e violenta Alba Dorata o all’ultradestra di Breivik entrata in parlamento in Norvegia che ha già fatto approvare una legge contro l’accattonaggio.
Per contro le istituzioni e il parlamento, in questi ultimi – ormai troppi – anni non hanno dato prova di sé, non hanno saputo proporre alternative credibili e coerenti, limitandosi a mantenere il paese in uno stato di agonizzante galleggiamento. Disperazione rabbia sociale montano. Cosa possiamo fare? Come Anpi, come antifascisti?
Per prima cosa, tenere sempre alta la guardia contro queste forme, questi rigurgiti incessanti di antifascismo, sia nel nostro Paese che in Europa. Dobbiamo denunciare, senza stancarci anche quando non vediamo i risultati che sarebbero dovuti, ogni manifestazione dichiaratamente neofascista: dal raduno di CasaPound qui l’estate scorsa, ai manifesti di Fascismo e Libertà che imbrattano molti comuni, alla vendita sfrontata di gadget che inneggiano al Duce o al fascismo;
dobbiamo fare in modo che, non solo i singoli Paesi, ma l’Europa stessa si doti degli anticorpi, delle leggi necessari a tenere lontani, fuori dalle istituzioni gruppi e organizzazioni che – servendosi parassitariamente delle libertà e dei diritti democratici, come la libertà d’espressione e la tutela delle minoranze – mirano ad ottenere il potere per poi poterli azzerare, ripresentando il peggior volto delle dittature e dei regimi;
dobbiamo fare azione di informazione e di divulgazione e sradicare falsi e banali luoghi comuni, figli di un volgare quanto efficace revisionismo, dobbiamo saper rispondere! E ai pericolosi nostalgici o ignoranti che dicono che durante il fascismo i treni arrivavano in orario ribattere che questo avveniva perché, per esempio, gli scioperi non erano consentiti o perché nell'ottica del risparmio e dell'autarchia, molti treni proprio non partivamo, e quindi era più facile gestire gli altri; dobbiamo saper rispondere ai chi ci taccia – proprio noi! – di fascismo perché precludiamo l’espressione delle idee fasciste che non esiste una buona idea fascista e una cattiva idea fascista. Alla base di entrambe le idee, c'è comunque e sempre la prevaricazione violenta e il concetto per cui l'investitura da parte del voto popolare dà diritto a qualsiasi prevaricazione del diritto!
Il fascismo non ebbe l’obiettivo di bonificare le paludi italiane, così come il nazismo non aveva l’obiettivo di rendere più atletici e ordinati i tedeschi: entrambi miravano a costituire Stati forti e totalitari, ad avere un pensiero unico e schiacciare ogni minoranza non conforme a quella dominante e ogni diversità.
A noi questo non piace! Ed è per questo che, come scrive il pedagogista Mantegazza, ci occorre una pedagogia della Resistenza! E dietro alla pedagogia della Resistenza, occorre una Politica della Resistenza, essendo la prima solo la cinghia di trasmissione che trasforma in atti pratici le idee della seconda. Dice Mantegazza: «l’idea di una pedagogia della resistenza nasce dal rifiuto netto nei confronti di uno stato di cose, di un determinato ordine socioeconomico, delle sue conseguenze sanguinose su milioni di esseri viventi, umani e non, e dalla prospettiva di un suo possibile superamento radicale. Dietro la proposta di una pedagogia della resistenza sta allora una diagnosi politica attorno a un determinato assetto del dominio dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, dell’uomo e la donna sulla natura, nonché una spinta alla negazione della razionalità e allo smascheramento della presunta eternità di tale assetto». E politica e pedagogia della resistenza devono saper stare al passo coi tempi, riconoscere di volta in volta qual è il dominio che grava su uomini, donne e bambini , con un occhio però l’altro fermo sulla «dimensione strutturale del dominio stesso, che non cambia nonostante l’apparente, rutilante produzione del nuovo: il prelievo di ricchezza, di potere, di sapere, di senso dal corpo vivente dell’uomo, della donna, del bambino, dell’animale, della pianta […] il dominio ha raggiunto l’ideale del totalitarismo proprio quando è riuscito a colonizzare a priori (e dunque non dopo una clamorosa presa del potere, come nel totalitarismo classico fascista) gli spazi residuali, marginali, nascosti della costituzione della soggettività. Si tratta degli spazi del divertimento, dell’industria culturale nelle sue propaggini più popolari, del kitsch, della distribuzione delle merci, del consumo, della moda, dell’intrattenimento.
Dobbiamo noi prima di tutti sapere immaginare una società nuova, quella società che ancora non esiste ma che può venire, quella che - poveri poveri poveri – i nostri padri costituenti, in nostri partigiani non hanno mai potuto veder realizzata neanche per un istante, neanche all’indomani della loro vittoria. La società che è stata ed è, ahinoi, rimasta scritta nella nostra costituzione.
Contro ogni rigurgito fascista, contro la violenza, la prevaricazione prepotente, il sopruso sul debole e sul diverso staremo noi, costituzione in tasca, fino a quando non la vedremo applicata, e ancora allora non verremo meno al nostro dovere di guardiani della libertà e della democrazia.

Bibliografia di riferimento:
S. Bartolini, “Nipoti del Duce" tra eredità, novità, persistenze e sviluppi all'alba del nuovo secolo, in “Quaderni di Farestoria”, rivista dell’Istoreco, Pistoia, anno X, n. 3.
R. Mantegazza, introduzione a Pedagogia della resistenza, Città Aperta, Enna.