Discorso alla caserma Pierobon, 19 agosto 2013

Discorso alla caserma Pierobon, 19 agosto 2013

Alle autorità civili e militari, ai familiari e ai discendenti dei caduti che questa mattina ricordiamo, a tutti voi qui presenti va il mio saluto, a nome dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia che sono orgogliosa di rappresentare.
I morti di cui oggi, come ogni anno, celebriamo la memoria devono rimandarci non a qualcosa di morto, ma di vivente e attuale. Altrimenti dobbiamo essere tutti consapevoli che si tratterebbe di una perdita di tempo, una mera formalità da sbrigare – come togliere la polvere da inservibili relitti.
Ricordiamo pertanto oggi i morti ammazzati, i fucilati in questa caserma il 17 agosto di 69 anni fa: Luigi Pierobon, Saturno Bandini, Primo Barbiero, Antonio Franzolin, Pasquale Muolo, Cataldo Pressici e, al posto di Franco Panella, erroneamente indicato nel manifesto bilingue apparso nelle strade di Padova il 17 agosto 1944, Ferruccio Spigolon, un ventenne di Cavarzere, con cui Panella fu sostituito dieci minuti prima dell’esecuzione. A questi 7 ne vanno aggiunti altri 3 – Busonera, Calderoni e Lampioni – impiccati lo stesso giorno in via Santa Lucia. Il totale è di 10 assassinati, e di 10 a uno il rapporto di questa rappresaglia, a lavare l’onta della morte di un colonnello fascista.
I traditori – appellativo che meritano coloro che hanno deciso queste esecuzioni – traditori della Patria e asserviti agli occupanti nazisti – sono i tre gerarchi fascisti che all’epoca opprimevano Padova: Menna, Vivarelli e Prisco.
È questo triumvirato interamente fascista che decise di fucilare alla schiena i sette della Pierobon e di impiccare gli antifascisti di via Santa Lucia, e per cosa?
Per rappresaglia contro l’omicidio del ten. col. Bartolomeo Fronteddu. In realtà Fronteddu venne ammazzato per volontà nazifascista e non, come riportava il lugubre manifesto che ne annunciava l’avvenuta esecuzione, da “sicari al soldo del nemico”, il mandante era invece un ufficiale austriaco che si contendeva, col fascista, l’amante.
La cosa fu nota quasi subito alle autorità che, ciononostante, coprirono la verità; sappiamo che poi gli autentici esecutori dell’assassinio furono giustiziati nel settembre successivo e dispiace, direi meglio indigna, che una decisione improvvida abbia aggiunto i loro nomi nella lapide che la caserma ospita a ricordo dopo quelli degli innocenti fucilati il 17 agosto 1944. Provvida decisione sarebbe ora quella di cancellarli, una buona volta.
Eccola la storia. Quanti di voi, qui presenti stamane, non l’avevano mai sentita? Tutti, ne sono certa, la conoscete. Eppure, ci fosse anche uno solo tra noi a cui per la prima volta questa storia arriva all’orecchio, varrebbe la pena ripeterla ancora, e sempre. Non è il fiato che ci manca. È semmai la memoria.
Non è il fiato che ci manca a ripetere di nuovo sette nomi e sette cognomi Luigi Pierobon, Saturno Bandini, Primo Barbiero, Antonio Franzolin, Pasquale Muolo, Cataldo Pressici e Ferruccio Spigolon. Questi furono uccisi, quel 17 agosto, non altri. Nomi e cognomi che ebbero non solo i nostri antifascisti e partigiani (e qui vorrei faceste attenzione e non vi confondeste: partigiani furono quelli combattenti, antifascisti anche molti altri, che fecero molto altro per la giusta causa: vestirono, sfamarono, nascosero... E se oggi non possiamo essere partigiani, oggi dobbiamo essere antifascisti. Non c’è dubbio, vero?, che io mi stia rivolgendo ad autentici antifascisti?), nomi e cognomi, dicevo, che ebbero senz’altro anche fascisti, spie, collaboratori e collusi coi nefandi regimi fascista e nazista. Ma nonostante se ne sapessero i nomi, ahinoi, molti di questi traditori della patria sono stati lasciati fino alla fine, buoni buoni, al loro posto: in amministrazione, nella burocrazia, nell’esercito, nella magistratura.
Ecco qual è stato l’errore: non avere avuto una nostra Norimberga, credere la pacificazione in un Paese lacerato da 20 mesi di guerra civile si facesse dando un colpo al cerchio e uno alla botte, distribuendo un po’ su tutti – per non scontentare nessuno – colpe pene grazie ed amnistie.
Ecco, è proprio questo atteggiamento che fa sì che, sebbene noi la sappiamo a memoria la storia dei nostri 7 fucilati, una Nazione intera – ed è questo il dramma – non abbia mai imparato la Storia. Il dramma è che a quasi 70 anni dalla Liberazione siano ancora possibili sbandamenti legislativi e amministrativi che, per esempio, vogliono abolire la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione (quella che vieta la riorganizzazione del partito fascista), oppure propongono di erigere un monumento al criminale d’Italia Rodolfo Graziani, o ancora tentano trasversalmente di scardinare la Costituzione, dicendoci – meschina, povera scusa – che non è più al passo coi tempi. Bugie!
La differenza fra la nostra lotta armata e le altre, sempre tante, sempre esiti di disperazione e privazioni (siano esse di cibo o libertà, e come non pensare alle ‘primavere arabe’, così diverse e complesse, che tanta commozione e speranza avevano suscitato in occidente), è proprio che la nostra, di lotta, sfociò nella Carta Costituzionale, una carta che negli articoli fondamentali garantisce diritti e doveri uguali per tutti; una Costituzione bella e giusta e perciò intoccabile che è prosecuzione e garanzia degli ideali che ci spinsero alla lotta contro l’orrore nazifascista.
Ma ritorniamo ai nomi che oggi ricordiamo, che ci sono cari, che vivono solo se si porta loro affetto e memoria e rispetto. Luigi Pierobon – “Dante” nome di battaglia, e come lui tanti altri, sfuggì ai tedeschi al momento dell'armistizio, che l'aveva sorpreso mentre si trovava al Deposito del 73° Reggimento fanteria, e poi raggiunse i partigiani sulle Prealpi vicentine nel febbraio del 1944. Non tutti i nostri soldati, però, dopo l’8 settembre si “imbandarono” coi partigiani, non c’è un unico modo di resistere. Ricorda Giaime Pintor, pochi mesi prima di morire nel tentativo di raggiungere il fronte per combattere i nazifascisti, che “I soldati che nel settembre scorso traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerre e di fatiche. Erano un popolo vinto; ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti” (e la citazione continua, ma è meglio fermarsi qui). E altri soldati a casa non arrivarono mai: sono 800.000 quelli catturati dai tedeschi dopo l’armistizio, di questi solo 186.000 rimasero “fedeli all’alleanza” nazifascista – a vario titolo, per adesione ideologica o pura logica di sopravvivenza – per gli altri si spalancano le porte dei Lager.
E gli altri, Bandini, Barbiero, Franzolin, Muolo, Pressici e Spigolon, chiusi nelle carceri padovane fino al momento in cui ne uscirono per l’ultima volta, chi furono? Che mestiere facevano? Avranno lasciato scritto un ultimo pensiero ai loro familiari? Avranno avuto paura, nell’ultimo istante, una paura cane e umana così autentica e lontana dai gesti retorici ed eroici in cui siamo soliti contemplarli? Quasi un pudore ci trattiene ad inoltrarci troppo: il dolore si sopporta meglio se è anonimo e sconosciuto.
Eppure sarebbe sempre bene avere a portata di mano quel monumento della nostra storia nazionale che sono le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, lettere da poco ristudiate anche nella loro forma linguistica e grafica, oltre che nei contenuti, e che ribadiscono una volta di più, per esempio attraverso gli errori di ortografia, che la Resistenza fu una lotta popolare e trasversale, condotta da persone di cultura ed estrazione diverse, unite da una fortissima vocazione civile e una fede profonda nella libertà del proprio Paese.
Lettere (ma scrivevano ovunque, su brandelli si carta, stracci, muri della cella) fitte di rassicurazioni ai parenti, di saluti e di incoraggiamenti, fitte – alcune quasi elusivamente composte – di nomi e voglio dirvi solo di questo caso: una pagnotta su cui, con un chiodo, sono incisi 9 nomi. Erano le ultime parole, l’ultima cosa, la sola parte di sé che consegnavano e che sarebbe rimasta tra le mani dei congiunti.
Ecco, vorrei che commemorazioni come questa nostra avessero questo valore, che fossero il rinnovarsi di questa consegna, che così anche chi non ebbe tempo di scrivere l’ultimo saluto potesse lasciare vivi e fertili il proprio nome, e l’ideale e l’esempio.

W la Resistenza, W l’Italia

Irene Barichello