Discorso del 17 agosto 2012 per la commemorazione di Busonera, Calderoni e Lampioni

Autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma,
compagni partigiani e antifascisti, parenti delle vittime, concittadine e concittadini
tutti,
vi porto il saluto dell’ANPI di Padova a nome della quale vi parlo oggi, qui.
Non certo partigiana per anagrafe né per meriti, ma senz’altro per credo e valori, e
antifascista – questo sì grazie anche ai veri partigiani – di Costituzione, come tutti
noi.
Sono qui oggi a ricordare i fatti accaduti 68 anni fa.
Ogni anno, tutti gli anni oratori illustri mi hanno preceduto in questo stesso compito,
testimoni diretti e partigiani come Egidio Meneghetti, Paolo Pannocchia, Giorgio
Tosi, Franco Busetto, Giuliano Lenci, Emilio Pegoraro e molti altri.
E’ per me difficile, dunque, adempiere altrettanto degnamente al loro stesso servizio.
Difficile ma non meno importante, anzi: essere qui 68 anni dopo significa che il
ricordo di quei giorni e degli uomini che ne furono tragicamente protagonisti non si è
estinto, non invecchia con la generazione di chi fu giovane allora.
O almeno questo è quello che ci proponiamo, anche come ANPI, di evitare.
Assegnare incarichi simili a un’“antifascista semplice” come me e come molti altri
attuali dirigenti dell’ANPI è il segno che il testimone sta passando di mano. Sta a noi,
quindi, fare in modo che le nostre mani siano pronte a raccoglierlo, oneste e dignitose
come quelle da cui lo riceviamo. E voglio a questo proposito approfittare della vostra
pazienza per mandare un ricordo e un saluto all’amico e compagno Tito Zulian,
mancato da poco, per la prima volta assente in tanti anni di presenza. Lui è stato per
anni l’ANPI a Padova, era sua la mano da cui ho preso il testimone.
Stamane alla caserma Pierobon sono stati ricordati i sette assassinati dal
nazifascismo:
Luigi Pierobon, Saturno Bandini, Primo Barbiero, Antonio Franzolin, Pasquale
Muolo, Cataldo Pressici e Ferruccio Spigolon, vigliaccamente fucilati alla schiena,
come toccava ai traditori. Eppure questo nome – traditori – lo meritano coloro che, in
doppia fila, hanno preso la mira su quelle schiene e fatto fuoco; traditori della Patria e
asserviti agli occupanti nazisti sono i tre gerarchi fascisti che all’epoca opprimevano
Padova: Menna, Vivarelli e Prisco.
E’ questo triumvirato interamente fascista che decise di fucilare i sette della
Pierobon e di impiccare Busonera, Calderoni e Lampioni qui, nel cuore di Padova,
per rappresaglia contro l’omicidio del ten. col. Bartolomeo Fronteddu. In realtà
Fronteddu venne ammazzato per volontà nazifascista e non, come riportava il lugubre
manifesto che ne annunciava l’avvenuta esecuzione, da “sicari al soldo del nemico”:
il cosiddetto “proditorio assassinio” non era stato opera dei Partigiani bensì di tre suoi
camerati-sicari che, pagati da un graduato tedesco invaghitosi della amante tedesca
del Fronteddu, gli tesero il mortale agguato. Questa unica verità (già in possesso
delle autorità fasciste padovane almeno un’ora prima delle esecuzioni) è documentata
e provata da due processi: uno fascista che portò alla fucilazione dei tre sgherri un
mese esatto dopo i fatti (il 17-9-’44) e un secondo procedimento nell’immediato
dopoguerra, che portò alla condanna a morte “in contumacia” dei due inventori e
mandanti della strage: Federigo Menna e Cesco Giulio Baghino e alla condanna a 20
anni del complice Sigfrido Zappaterreni: tutti impuniti! Sono questi tre criminali che
hanno costruito la messa in scena delle 7 fucilazioni e 3 impiccagioni per terrorizzare
la collettività padovana!
Ma chi erano i 3 martiri di via Santa Lucia?
Voglio ricordarne rapidamente le biografie anche quest’anno, perché mi piacciono le
storie, e queste loro sono belle, tragiche e luminose.
Flavio Busonera, medico pediatra sardo di Oristano, dovette emigrare in Continente,
sia a causa delle difficoltà economiche e sociali della sua terra sia a causa del suo
antico antifascismo socialista e comunista: nel settembre 1925 per decisione del
Consiglio di disciplina presso il Comando di Divisione territoriale di Cagliari gli
venne notificata la rimozione dal grado di Tenente per partecipazione pubblica
ostile alle istituzioni fondamentali dello Stato. Fu costretto ad abbandonare la natia
Sardegna. Esercitò la sua professione nel profondo Nord: a Claut nella Valcellina
e Cavarzere, nel Basso Veneziano, a due passi dal Polesine. Zone poverissime,
marginali, dalle condizioni igienico-sanitarie talora terribili. Busonera lì fu un medico
davvero al servizio del popolo; ricorda la figlia Maria Teresa che «Spesso veniva
chiamato fuori della sua condotta a visitare bambini malati di gente poverissima.
Così non solo non si faceva pagare, ma era lui che lasciava qualche soldo perché
comprassero del cibo ai loro bambini».
Prese contatti con i primi nuclei della Resistenza padovana, con il CLN, con alcuni
professori dell’Università, in particolare con l’ing. Otello Pighin. Col passare dei
mesi cominciò ad organizzare delle vere e proprie formazioni partigiane, efficienti
e in grado di combattere. Divenne commissario politico della “Brigata Venezia”.
Nel maggio-giugno del 1944 insieme all’ing. Pighin organizzò numerosi lanci di
armi e di altro materiale che gli aerei alleati lasciarono cadere con i paracadute
nelle campagne attorno a Cavarzere. Contemporaneamente prestava la sua opera di
medico nelle condizioni più pericolose anche per i partigiani feriti o ammalati. E per
questo venne catturato: gli fu fatto credere che c’erano nelle campagne più sperdute
dei partigiani feriti (in realtà repubblichini) da curare; non si tirò indietro e cadde
nella trappola. Fu fatto prigioniero a Rovigo, poi a Padova e infine portato a questo
patibolo.
Le ricerche storiche accurate e meticolose, in particolare quella del vicentino Mario
Faggion, l’opera zelante e dignitosa dei familiari, hanno ottenuto una doverosa
revisione e rivalutazione della figura di Clemente Lampioni, il Commissario
Partigiano Pino della Brigata Garibaldina “Stella” che ha operato nella vicentina
Valle dell’ Agno, tra Valdagno e Recoaro. Non c’è da nascondersi che nel passato di
Clemente Lampioni c’è stata l’adesione attiva, dal 1937 al 1939, alla Banda Bedin.
Una banda che compì grossi colpi e rapine ai danni di banche e di grosse aziende
del Veneto e della Lombardia ma le cui imprese tuttavia, come ricorda il partigiano
garibaldino Vittorio Marangon, «godevano di tacito ma diffuso consenso». Lampioni,
dunque, è stato un bandito e per questo pagò, e duramente. Pagò con la detenzione
nelle carceri di Ancona; con la separazione da sua moglie e dai suoi tre figli piccoli.
Ma arrivò un momento in cui il bandito diventò un ribelle.
Già ad Ancona offriva il suo coraggio e la sua abilità per il disinnesco delle numerose
bombe inesplose; e fu proprio una bomba che, tra fine agosto e i primi del settembre
del ’43, colpì il carcere di quella città: da lì Lampioni fuggì a casa, non prima però di
avere, per due giorni, aiutato a recuperare morti e feriti tra le macerie.
Arrivato nel padovano chiese di entrare nelle formazioni partigiane: fu Aronne
Molinari a incontrarlo e valutarlo degno di fiducia, e lo mandò così – tra i primi – a
formare il gruppo di Malga Campetto, da cui si sarebbe poi sviluppata la divisione
Garemi.
Così si trasformò il bandito Lampioni nel partigiano Pino; il partigiano di cui il
giovane Luigi Pierobon, “Dante”, si fidava ciecamente. Lui, Dante, il comandante;
l’altro, Pino, il Commissario. Tutti e due nella Brigata “Stella”, che insieme hanno
combattuto e insieme hanno trovato la morte; entrambi ricordati per anni dai loro
partigiani e dalle popolazioni di quelle contrade vicentine e veronesi.
Il piacentino Ettore Calderoni, classe 1915, ebbe sicuramente un ruolo più marginale
e probabilmente oscuro nel movimento: si sa che venne trovato con le armi in pugno
nelle campagne di Cervarese Santa Croce, ai piedi degli Euganei, che era uno dei
tanti renitenti alla leva condannati a morte dai bandi di Graziani. Non sappiamo
nulla del suo livello di consapevolezza politica o della sua attività partigiana. Ma di
Calderoni ci torna utile anche questa indeterminatezza, poiché ci aiuta a considerare
quanti degli oltre 100.000 partigiani e partigiane si sacrificarono per l’Italia e per
la libertà rimanendo del tutto oscuri ai posteri, senza il distinguo di una monografia
o il riflesso di una medaglia (e ancora non è arrivata quella da anni richiesta per il
commissario Pino).
Insomma, sappiamo più della morte che della vita di Calderoni, ma certo sappiamo
che è morto dalla parte giusta, con dignità e subendo ingiustizia.
Tanto, lo voglio però sottolineare ancora, troppo si è discusso dei trascorsi di
Lampioni. Vi dico che basterebbero le parole di Calvino ai detrattori della Resistenza
per risolvere una volta per tutte e per tutti la questione: «D’accordo, farò come se
aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani ma i peggiori possibili,
metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti.
Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché,
ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila
volte migliori di voi». Pino Lampioni il perché della lotta lo ebbe invece chiarissimo,
ed ebbe anche coscienza e intelligenza buone non solo a riscattarlo socialmente e
moralmente, ma a farsi stimare e benvolere dai suoi uomini e dalla popolazione delle
contrade dove la sua brigata operava.
Sono sempre abilissimi quelli che Parri chiama i «contabili maligni» della Resistenza
a rintracciare nei e zone d’ombra nella Lotta di Liberazione, sempre subdoli i
revisionisti camuffati da storici che in nome di un’annacquata e confusa unità e
pacificazione vorrebbero omologare partigiani e repubblichini, liberatori e oppressori.
Ma non si fanno passi indietro, non si può azzerare e appiattire la prospettiva storica,
e la storia ha già sancito in modo netto e inappellabile chi furono i vincitori e i vinti, i
giusti e gli ingiusti, coloro che combatterono – come disse Arrigo Boldrini “Bulow”
- «per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi
era contro», per darci, alla fine, la Costituzione che oggi è una delle poche cose che
in questo Paese ancora reggono e cui dovremmo riferirci per risollevarci, non solo
economicamente ma anche, e soprattutto, eticamente.
No, se il prezzo da pagare è l’oblio o un’indistinta accozzaglia di eventi passati senza
peso né giudizio, allora – come già in questa stessa occasione affermò il partigiano
Giorgio Tosi – «La memoria della Resistenza non può essere condivisa perché
i valori in contrasto erano irriducibilmente in lotta tra loro». Sarebbe infatti una
condivisione ottenuta dall’ignoranza e dall’indifferenza e io, come Gramsci, «Odio
gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente
non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita».
Giornate come quella di oggi appartengono alla collettività, sono atti di fede in una
religione civile, sono soste volute nel meccanico, consumistico e vorace moto della
produttività.
Gli uomini che oggi ricordiamo, chiamandoli per nome, in quegli anni grandiosi e
terribili scelsero con coraggio da che parte stare. Oggi, nella pace duratura, nella
garanzia della libertà d’espressione dovremmo avere noi – dopo di loro – più
coraggio e orgoglio nel difenderne le azioni e gli ideali.
Noi, che quasi ci vergogniamo e passiamo rapidi, quasi imbarazzati, sui due anni
di Lampioni nella Banda Bedin, con quanto fiato e quale sdegno dovremmo reagire
all’oltraggio di un sacrario dedicato Rodolfo Graziani nel comune di Affile, costato
127 mila euro alla Regione Lazio? Sappiamo chi fu Rodolfo Graziani? Altro che
Banda Bedin!
Graziani si fece tutte le guerre dell’epoca. Ma è all’Africa che Graziani ha legato il
suo destino. Nel 1921 venne inviato in Libia, quando la colonia era quasi totalmente
sfuggita al controllo italiano. Lì reclamavano l'indipendenza. A guidarli era Omar al
Mukhtar. In Libia Graziani sperimentò le stesse tecniche di repressione, trasferimenti
coatti, massacri collettivi, che utilizzerà in seguito. Nel giro di qualche anno la
Libia tornò sotto il controllo italiano. Quando nel 1935 Mussolini aggredì l'Etiopia,
Graziani tornò a dimostrare tutta la brutalità applicata in guerra usando in maniera
sistematica e indiscriminata i gas. Diventerà viceré d'Etiopia. Fu uno dei periodi più
tragici e sanguinosi per il popolo etiope. Graziani fu responsabile di una persecuzione
spietata, distrusse quasi interamente Addis Abeba, uccise migliaia di etiopi e
massacrò la comunità copta, vescovo compreso. Una volta terminato il conflitto,
l'imperatore d'Etiopia chiese che Graziani fosse inserito nella lista dei criminali di
guerra e la United Nations War Crime Commission lo collocò al primo posto nella
lista dei criminali di guerra italiani.
Ma non solo. Graziani fu anche, tra i militari, quello che nel 1944 si mise al fianco
dei tedeschi sotto la guida del generale Albert Kesselring che comandava il fronte
italiano. Dopo aderì al Movimento sociale italiano di cui divenne presidente onorario
lasciandolo solo alla fine dei suoi giorni. Questo era Rodolfo Graziani per il quale,
a 57 anni dalla sua morte, è stato eretto un sacrario in un parco pubblico. Il comune
di Affile lo scorso 26 maggio ha reso omaggio a Giorgio Almirante (ex segretario
dell'Msi, nonché repubblichino, segretario del giornale Difesa della Razza), con
un busto scoperto nell’omonima piazza. Rigurgiti fascisti impuniti, celebranti
e servili verso la dittatura che ai suoi esordi assassinò il socialista e antifascista
Giacomo Matteotti. Non solo il nazismo fu male, il fascismo fu complice e artefice
di altrettanto male. Ma il tedesco Martin Schulz, presidente del parlamento Europeo,
a Marzabotto si commuove e scusa a nome del suo popolo, noi invece tolleriamo la
vendita di gadget fascisti a Predappio e Salò, e non solo.
E di fronte a questo non reagiamo? Non ci indigniamo? Noi che temiamo sempre
di essere troppo retorici quando parliamo dei nostri padri costituenti, che ci
autocensuriamo nell’usare parole esagerate come “eroe”, cosa rispondiamo adesso
alla nostra coscienza di fronte ai bronzi e ai marmi eretti a uomini che furono la
vergogna della nostra Patria? Cosa rispondiamo a chi, senatore della repubblica,
ebbe la sfacciataggine e la tracotante sicurezza di dichiarare “eroe” un mafioso come
Mangano? Abbiamo il dovere di rispondere e reagire in casi simili, il dovere morale,
etico e civile di rispondere e giudicare, di fronte a noi e di fronte alle generazioni
future di cui siamo responsabili.
Ricordare, giudicare, prevedere, diceva il 17 agosto 1945 Egidio Meneghetti
commemorando questi tre martiri impiccati.
Ricordare la storia ricostruendola con metodo, cura, passione, verità e onestà (carte e
documenti alla mano);
Giudicare con coraggio secondo coscienza e intelligenza poiché non si può restare
eternamente super partes.
Prevedere e riconoscere la direzione presa e le mete cui conduce.
Se si ricorda e si giudica correttamente, le previsioni, per noi e per il nostro Paese,
non potranno essere che delle migliori e i sacrifici di tanti come Busonera, Calderoni
e Lampioni daranno, meglio che nelle pur necessarie celebrazioni di rito, il loro –
seppur tardivo – frutto.

Viva l’Italia, viva la Resistenza.

Irene Barichello